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Un impianto di trattamento fanghi sui monti Dauni, l’appello di Antonio Volpe.

di Giuseppe Di Giacomo (Nuove Cronache) –

Savignano Irpino, 22 mar. ’24 – Per la terza volta in venti anni la Regione Campania tenta di risolvere i problemi derivanti dallo smaltimento e trattamento dei rifiuti con la realizzazione di un impianto per il trattamento di fanghi civili nel sito di una vecchia fabbrica abbandonata, nel Comune di Savignano Irpino, posta al confine tra la Campania e la Puglia. Le comunità locali si sono nuovamente opposte. Abbiamo raccolto l’appassionato appello di Antonio Volpe promotore del neo comitato per la salvaguardia dell’ambiente, già membro dell’associazione “Popolo e Territorio”.

Ci puo’ parlare del progetto di realizzazione di un impianto per il trattamento di fanghi civili con produzione di ammendante compostato e per la produzione di fanghi essiccati da termovalorizzare in un’area geografica che interessa comuni campani e pugliesi?

La costruzione dell’impianto per l’utilizzo dei fanghi in agricoltura sorge in una zona a confine tra l’Irpinia e la Daunia. Per noi Daunia ed Irpinia è un unico territorio. Questo impianto altamente impattante dovrebbe trasformare circa 60.000 tonnellate di fanghi. Immaginiamo che ogni giorno debbono circolare circa 5.800 tonnellate su dei campion di 30 tonnellate l’uno. Immaginate cosa possa significare per la Strada Statale 90 che è è già fragile, ci sono frane, ci sono curve, ci sarà inquinamento sia per i cattivi odori che per le emissioni atmosferiche dovute al consumo di gasolio. La Statale 90 è frequentata da pendolari, quindi grandi file di camion genereranno disagio ai lavoratori diretti in Puglia e viceversa. Anche l’Anas dovrebbe intervenire per risolvere questo problema.

Ci parli dei fanghi.

Quando vengono trasformati perdono la caratteristica di rifiuto divenendo un prodotto commerciale e come tale è oggetto di minori verifiche. Abbiamo costatato dai controlli effettuati sui terreni agricoli per impianti costruiti al Nord che i risultati non erano conformi alla norma che prevede un valore contenuto di metalli pesanti ed idrocarburi C10 e C40, che invece superavano la soglia, costringendo gli agricoltori ad intervenire per bloccare lo spargimento dei fanghi.

Quali misure verranno adottate per prevenire qualsiasi danno che potrebbe derivare dalla realizzazione di tale impianto al confine con i Monti Dauni?

I Paesi di questa area geografica si stanno organizzando per la costruzione del Parco del fiume Cervaro, che nasce da Monteleone ed attraversa alcuni comuni della provincia di Foggia e dell’Irpinia e lambisce il bosco dell’Incoronata che ha una grande importanza naturalistica. Il Cervaro rappresenta un corridoio ecologico tra gli Appennini e l’Adriatico. Questa continuità territoriale non puo’ essere interrotta da un impianto altamente impattante dal punto di vista ecologico. Secondo un piano di gestione forestale, vigente per questo territorio, prevede la valorizzazione del prato-pascolo utilizzato dalla mucche podoliche che producono il famoso caciocavallo. Ci sono animali come le pecore che utilizzano gli usi civici del prato-pascolo che rappresenta una importante risorsa di erbe in via di estinzione. Infatti, i nostri agronomi hanno ritrovato in questo territorio circa 46 tipi di erbe in via di estinzione, che significano presenza di biodiversità. Su questo pezzo di terra viene praticata la transumanza che è un patrimonio immateriale dell’Unesco. Quindi ci sono tutte le caratteristiche per uno sviluppo eco-compatibile e per dare una maggiore continuità alla progettualità dei sindaci della comunità dei monti Dauni. Dal punto di vista naturalistico, il paesaggio dove dovrebbe essere costruito questo impianto è ricco della macchia mediterranea. Ci sono circa 18 sorgenti di acqua che attraversano questo prato-pascolo. Ci sono dei laghetti artificiali di 5.000 mc provenienti da una sorgente di acqua solfurea. Praticamente un fiume d’acqua che attraversa la cava di gesso e la cosiddetta Ferrara per sfociare nella zona Rifieto dove abbiamo un’acqua ferruginosa che veniva utilizzata nei tempi passati in modo curativo per le anemie ferroprive in quanto l’acqua è ricca di ferro e di zolfo.

I movimenti contrari all’opera di realizzazione dell’impianto, che si stanno sollevando in questi giorni, in cosa differiscono da quelli sempre contrari alla realizzazione delle grandi opere pubbliche a prescindere?

Noi non vogliamo fare terrorismo. Non siamo gli ambientalisti del no a prescindere. Siamo per il sì. Ma per il sì di uno sviluppo ecocompatibile con il territorio, utilizzando le risorse del nostro paese, che sono i 2.500 ettari di seminativi. Dove si produce un grano di qualità sicuramente superiore ad altre aree geografiche in quanto qui il grano matura molto piu’ tardi e quindi si arricchisce ancora di piu’ di glutine e di proteine. L’altra risorsa sono i 550 ettari di bosco di leccio e di querce e piante molto rare quali l’agrifoglio, per citarne una. Un impianto del genere immerso in una pineta in continuità con il bosco che deve generare calore per essiccare i fanghi aumenterebbe il rischio di incendio che distruggerebbe un immenso patrimonio che i nostri avi ci hanno conservato nel tempo. Al di sotto di questa fabbrica dismessa vi è un torrente che appartiene alle acque pubbliche e si   chiama torrente Rifieto. Poco piu’ in là c’è la Vella di Panni, che è un ulteriore torrente dove gli uccelli migratori sostano per poi ripartire. Dove si possono ammirare specie di uccelli rari. Inoltre, per quanto concerne il dissesto idrogeologico, nella zona della vecchia cava di gesso di Savignano Irpino concessa alla VIC per circa venti anni per l’estrazione, c’è un movimento franoso in atto che denota tutta la fragilità del territorio, ad elevato rischio sismico. Fattori che indirizzano questa area geografica ad uno sviluppo-ecocompatibile e non industriale di questo tipo.

Quali sono le iniziative che metterete in campo nei prossimi giorni? Quale la Vostra proposta per il territorio?

Intendiamo organizzarci in comitati a difesa del territorio. Ci organizzeremo in maniera trasversale. Questo impatto ambientale deve essere un motivo di unione delle comunità locali. Tutti insieme dobbiamo lottare per evitare divisioni a partire dall’interno del Paese. Bisogna vincere i pregiudizi. Bisogna stabilire cosa fare, con chi è relativo. L’appello che rivolgo al neo comitato è quello di essere inclusivi e non esclusivi. Bisogna creare una nuova aria a Savignano Irpino, che tuteli il territorio e che dia un indirizzo alle prossime amministrazioni. Un utilizzo ecocompatibile che utilizzi le risorse naturali del territorio quali: l’acqua, i boschi e i terreni seminativi e da qui partire con il cosiddetto sviluppo integrato, promuovendo dei consorzi di filiera. Se c’è il grano dobbiamo pensare ad un mulino per produrre la farina per costruire forni. Consorzi di filiera da applicare a tutte le risorse naturali. E soprattutto predisporre un piano di gestione delle acque dove il Paese deve essere autosufficiente grazie alle risorse locali. Anche voi giornalisti dovete fare la vostra parte, dalla parte del popolo, della salute dei cittadini. Vi invito a seguire bene la vicenda perché non interessa solo Savignano Irpino ma l’intera provincia perché l’utilizzo dei fanghi sarà su base provinciale quindi per i vigneti gli uliveti e i campi di grano.

Grazie.

 

Savignano Irpino, Contrada Ischia che vogliamo!