di Giuseppe Di Giacomo ( Nuove Cronache) –
Avellino, 27 nov. ’25 – Nel cuore di un’Avellino che torna a interrogarsi sul proprio futuro urbano, l’arrivo di Città biodiverse — volume inaugurale della collana “Folia” del Politecnico di Milano, nato all’interno del National Biodiversity Future Center — diventa l’occasione per mettere a confronto ricerca avanzata, politiche europee e pratiche locali di trasformazione. A moderare l’incontro, ospitato al Museo Civico di Villa Amendola, è l’architetto avellinese Luca Battista, figura che negli ultimi vent’anni ha contribuito in modo decisivo al dibattito sul rapporto tra città, natura e progetto. Il suo ruolo nel recente Piano del Verde di Avellino, uno dei pochi strumenti ecosistemici approvati nel Mezzogiorno, offre una prospettiva privilegiata su come le strategie per la biodiversità possano diventare materia concreta di pianificazione, gestione e progetto. Parlare con Battista significa misurarsi con una visione che intreccia competenze tecniche, sensibilità culturale e un radicato senso civico. Biodiversità, infrastrutture verdi, co-creazione, transizione ecologica: temi che spesso abitano il linguaggio specialistico, ma che qui vengono riportati al loro significato profondo, quello di una nuova alleanza tra natura e città. In questa intervista, gli chiediamo quale sia la posta in gioco di un confronto che attraversa discipline, territori e politiche; come stia cambiando la narrazione pubblica sulla biodiversità; quali innovazioni emergano dal lavoro collettivo del Dastu e del NBFC; e quale volto potrebbe assumere Avellino tra dieci anni se la strada verso una “città biodiversa” diventasse davvero un progetto condiviso.
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Architetto Battista, lei modera un incontro che intreccia ricerca accademica, politiche europee, pianificazione urbana e pratiche locali. Qual è, secondo lei, la posta in gioco reale di questo confronto ad Avellino?
E’ un pomeriggio di alto profilo scientifico e di conoscenza. E’ il pretesto per presentare un libro collettaneo, da poco pubblicato da Mimesis Edizioni (Milano), “Città biodiverse. Politiche, piani, progetti e processi di co-creazione”. E’ il primo della collana “Folia”, un progetto del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, nell’ambito del National Biodiversity Future Center, finanziato grazie ai fondi Next Generation EU dell’Unione Europea. Il volume è stato curato da Maria Chiara Pastore, Annarita Lapenna, Luca Lazzarini, Israa Mahmoud e Francesca Zanotto del POLIMI, partner dell’NbS Italy Hub. La Strategia Europea e la Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030 mettono al centro delle agende urbane la diversità biologica come ambito d’azione prioritario per rispondere in maniera integrata alle sfide ambientali, economiche e sociali della città contemporanea. In questo quadro “Città biodiverse” indaga quale sia il ruolo delle discipline coinvolte nella trasformazione dell’ambiente e del territorio e come politiche, piani urbanistici e territoriali, pianificazione inclusiva, interventi architettonici, progetti e processi di co- creazione possano contribuire alla conservazione, al ripristino e alla valorizzazione della biodiversità nelle città e negli spazi urbani. La sfida principale è culturale e politica: serve una maggiore consapevolezza che il verde urbano non è un costo ma un investimento per la salute e la qualità della vita. Servono risorse economiche, competenze integrate e un approccio di pianificazione che includa tutte le discipline coinvolte, dall’architettura all’ecologia. Tuttavia, emerge una difficoltà sistemica: la frammentazione istituzionale italiana. Tra normative diverse e risorse limitate è complesso tradurre la ricerca in azione pratica in modo omogeneo sul territorio nazionale. Il futuro passa per un rafforzamento del dialogo interdisciplinare e interregionale, così come per l’affinamento di tecnologie applicate e strategie adattive. Ma è fondamentale che la ricerca non resti confinata nelle università al più ritagliandosi canali preferenziali di consulenza alla pubblica amministrazione: serve un salto di qualità nell’integrazione con le politiche concrete, anche di piccolo e medio livello, la cui attuazione attraverso la pratica professionale deve essere appannaggio anche di chi costantemente opera sul territorio. Integrazione tra mondo accademico e mondo delle professioni che è proprio quello che è stato fatto nell’ambito del progetto di ricerca del Dastu di Milano e del NBFC ed i cui primi riscontri sono proprio concentrati nel bel libro, formativo ed utilissimo, Città Biodiverse, che verrà presentato al Museo Civico di Avellino nel pomeriggio di venerdì 28 novembre.
Come si sta trasformando la narrazione intorno alla biodiversità: da tema specialistico a matrice culturale capace di orientare scelte urbanistiche?
Certo se si comprende che la biodiversità urbana indica la varietà di specie animali e vegetali che vivono nelle città, incluse piante, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, un cittadino può restare ancora interdetto. Però è provato, dove le scelte urbanistiche sono state orientate, che garantire una buona biodiversità significa avere città più “vive”, capaci di contrastare, adattandosi e mitigando gli effetti dei cambiamenti climatici e quelli della “sovra-crescita” demografica e di consumo di suolo tipica di molte aree metropolitane o sistemi di città i cui centri sono sempre più saldati in un continuum di strade, infrastrutture e costruzioni. Parlare di città biodiverse oggi significa ripensare profondamente il modo in cui viviamo e progettiamo gli spazi urbani. Non si tratta solo di aumentare il numero di alberi o di parchi, ma di integrare la biodiversità come principio guida nella pianificazione urbana, nella gestione del territorio, nei regolamenti e nelle scelte quotidiane. È un concetto operativo che connette ambiente, salute pubblica, qualità della vita e giustizia sociale. Un ambiente urbano più biodiverso migliora la qualità dell’aria, regola le temperature, riduce il rumore e favorisce il benessere psicofisico delle persone. Inoltre, gli spazi verdi stimolano l’inclusione sociale e offrono luoghi di socializzazione e svago. In definitiva, la biodiversità urbana rende le città più vivibili, sicure e piacevoli. Però è fondamentale non nascondere criticità tutte ancora da indagare. Se un piano urbanistico strategico fondato sulle reti ecosistemiche e sull’infrastrutturazione verde urbana può essere uno strumento di rigenerazione sociale, necessita però di politiche che garantiscano accesso equo e coinvolgimento reale dei cittadini fruitori. Gli indicatori sociali sono però meno sviluppati e poco utilizzati nelle pianificazioni attuali. E poi se da un lato si investe in divulgazione e strumenti digitali, dall’altro l’effettiva comprensione culturale della biodiversità resta ancora debole tra i cittadini. Ostacoli sono la tecnicità del linguaggio e il disinteresse di chi vive in aree dove la qualità ambientale viene percepita come un problema secondario rispetto alle esigenze quotidiane.
Il volume inaugurale della collana FOLIA propone un orizzonte in cui natura e progetto urbano non sonocategorie distinte. Qual è, a suo avviso, l’aspetto più innovativo emerso da questa ricerca collettiva?
Il libro ribadisce un concetto che spesso si perde: la biodiversità non è un tema isolato, ma un elemento chiave per la qualità della vita urbana e la adattabilità agli effetti dei cambiamenti climatici e quelli della “sovra-crescita” demografica già accennati. Innovativo è il focus sull’integrazione multidisciplinare: architetti, ecologi, urbanisti, agronomi, ingegneri e sociologi devono lavorare insieme. Tuttavia, manca a volte un adeguato raccordo con le realtà amministrative che spesso si trovano sovraccariche e poco attrezzate per recepire questi messaggi. Ma l’aspetto, forse, che lascia i semi per innovare le pianificazioni urbanistiche, è che nell’analizzare politiche, piani, progetti e processi partecipativi di co-creazione per la biodiversità urbana si ritrovano piste investigative e spunti di riflessione che permettono di affrontare in modo critico il nostro rapporto con la natura. Qual è il posto che essa occupa nella nostra scala dei valori urbani? Ci sono due punti chiave: il primo è la difficoltà di attuare strategie di piano e di progetto che puntano a sviluppi complessi e non lineari, tipici delle infrastrutture socio-ecologiche nelle città che funzionano in modo flessibile e si adattano nel tempo, scontrandosi con la pianificazione urbanistica tradizionale che è basata su regole fisse e procedure rigide. Il secondo punto riguarda l’accettazione da parte dei cittadini di questo nuovo modo di gestire gli spazi verdi, fatto di natura in evoluzione e cura partecipata, che non sempre è facile da accettare culturalmente. E’ il tema progettuale e di gestione della incompletezza: la natura e la biodiversità negli spazi urbani creano aree in evoluzione continua. Questi luoghi, spesso fuori dagli schemi rigidi della pianificazione, giocano un ruolo fondamentale nel favorire la transizione ecologica delle città, diventando spazi in cui la natura spontanea cresce e la comunità si prende cura della sua trasformazione.
L’incontro affronta anche la convivenza con la fauna urbana. Ritiene che la cittadinanza sia pronta ad accettare un’idea di città più “selvatica”?
No, i cittadini non sono pronti ad accettare l’idea di una città più selvatica come la definisce lei. Non saranno pronti ancora per molti decenni. La cultura urbana in cui siamo profondamente immersi è ancora troppo visceralmente legata al mito del confine tra natura e costruito. Forse non si tratta di accettare, ma di riconoscere l’evoluzione necessaria della cultura urbana, soprattutto nel mondo occidentale che pure dovrà superare l’impostazione esclusivamente capitalistica della organizzazione economica, produttiva e sociale della società. L’incremento del verde deve essere fatto con attenzione, scegliendo specie adatte al clima locale e evitando gli alberi invasivi o che consumano eccessive risorse idriche. Occorre anche prevedere una corretta manutenzione. Un albero piantato male o abbandonato rischia di morire o diventare un problema invece che un beneficio. Inoltre è certamente complesso gestire il rapporto del cittadino con la fauna che vedrebbe aumentarsi di numero e specie per l’incremento di habitat. Dunque sono necessari interventi mirati che tengano conto delle esigenze delle diverse specie (ad esempio, nidificazione, cibo) e che siano parte di un piano generale di gestione della città. Oltre che strutturare processi permanenti di educazione e sensibilizzazione; promuovere una maggiore conoscenza della biodiversità urbana e dei comportamenti corretti da tenere in presenza di fauna selvatica è cruciale per favorire un rapporto di rispetto reciproco.
Se dovesse immaginare Avellino tra dieci anni, quale sarebbe il segno tangibile — nello spazio pubblico e nella vita quotidiana — del passaggio verso una “città biodiversa”?
Questa domanda quasi mi emoziona, per un impegno ormai ventennale che ho speso nel dibattito culturale, sociale, politico della mia città. Del resto la ricerca condotta dal DasTu e dal NBFC si è concentrata anche sul Piano del Verde di Avellino, città dei parchi tra i fiumi. “Nodo urbano” della rete ecologica campana, di cui sono stato co-progettista insieme all’agronomo Maurizio Petrillo. Approvato tra agosto e novembre del 2023. Il piano del verde di Avellino è la “linea verde” per il racconto dei contenuti della ricerca città biodiverse e piani urbani ecosistemici del Dastu e del NBFC. Il Piano, che è uno dei 20 piani approvati nei capoluoghi di provincia in Italia, l’unico da Firenze in giù è ora uno strumento concreto di pianificazione, programmazione e gestione, sia negli aspetti strategici che regolamentari. Utilizzabile negli uffici comunali e dai progettisti ed operatori privati. Colloca Avellino al centro di un processo virtuoso di pianificazione e realizzazione della Rete Ecologica a scala provinciale e regionale. Si avvale di norme scritte, programmi di manutenzione e gestione e di elaborati urbanistici di pianificazione. Per rispondere alla sua richiesta di visione futura, banalmente auspico che i progetti sulla e per la città, dagli investimenti privati nei comparti di trasformazione perequativa e non solo, ai progetti di mano pubblica – per esempio nei piani attuativi di attuazione pubblica a Valle, a Campo Genova, a piazza Kennedy, a Campetto Santa Rita,a Quattrograne, nella riconfigurazione del comparto dell’ ex ospedale di Viale Italia per mano della Regione Campania, nella progettazione del Parco della Stazione Ferroviaria, nella riqualificazione dell’area dell’Ex Isochimica, negli interventi di manutenzione e riqualificazione dei marciapiedi e delle strade cittadine, ed ancora nelle nuove piazze ed ancora- possano restituire plastica e verificabile coerenza ed applicazione con le indicazioni operative e progettuali e gli obiettivi del Piano del Verde. Chi approva i progetti, chi li esamina, anche in consiglio comunale, che possano conservare o recuperare una nuova sensibilità. E quindi fra dieci anni sono sicuro che saranno diventati prassi comune alcuni esempi chiave e pratiche che già cambiano il volto delle nostre città, come il depaving: togliere cemento per far tornare il verde, il risultato è un microclima più fresco, una qualità dell’aria migliorata e un nuovo spazio di socialità per i residenti. Le Tiny Forest cioè piccole foreste urbane dense di piante autoctone per massima biodiversità, spazi verdi, grandi come un campo da tennis, che crescono rapidamente e ospitano molta più biodiversità rispetto a un parco tradizionale. Oltre a migliorare la qualità dell’aria e abbassare le temperature, diventano luoghi didattici dove bambini e cittadini possono imparare sulla natura urbana. Gli orti comunitari e i giardini urbani sono un altro importante strumento per portare biodiversità in città. Quelle che erano aree degradate o abbandonate diventano spazi fertili che producono cibo, ospitano insetti impollinatori e coinvolgono direttamente i cittadini in una gestione condivisa e sostenibile. Queste esperienze, diffuse in molte città italiane, favoriscono anche l’inclusione sociale, offrendo occasioni di aggregazione e partecipazione. I Rain garden, i giardini della pioggia, necessari per ridisegnare anche le sezioni delle strade e delle piazze con depressioni vegetate progettate per raccogliere, filtrare e far assorbire l’acqua piovana proveniente da aree impermeabili come tetti e strade. Si riduce il deflusso delle acque superficiali si mitigano gli allagamenti si migliora la qualità dell’acqua prima che finisca nel sistema fognario e gli individui vegetali scelti sono in grado di tollerare periodi di siccità e umidità, assorbendo gli inquinanti e rilasciando l’acqua nell’atmosfera tramite l’evapotraspirazione. E poi finalmente, la concretezza dell’antico sogno di quello che è stato il sindaco più amato e più riconosciuto della città di Avellino negli ultimi quarant’anni il compianto Antonio Di Nunno. Il parco urbano e fluviale del Fenestrelle e del San Francesco, spina dorsale dell’infrastruttura verde urbana e della rete ecologica territoriale. Magari con strade urbane riqualificate con corridoi di siepi ed arbusti che senza soluzione di continuità colleghino il fondovalle del Fenestrelle con le aree a verdi presenti in città e quelle che potranno realizzarsi, come il parco dell’Autostazione nel centro della città o quello tra la nuova stazione ferroviaria finalmente funzionante e l’area della ex-isochimica.