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MAGICA IRPINIA a cura di Massimiliano Carullo: BISACCIA

11 maggio 2020

Sferzante e impetuoso o, più raramente, leggero e carezzevole, il vento è costante presenza di questa terra dell’Osso. Una terra dura, coriacea, posta sulla spina dorsale più interna dell’Italia, ove -come ebbe a dire Manlio Rossi Doria- la pratica dell’agricoltura è pura follia. Un osso che il vento, con un moto lento, continuo, progressivo, sembra quasi aver sempre più inaridito e consunto. Mentre le pale eoliche, che offendono la selvaggia bellezza dell’altopiano del Formicoso, sono gigantesche lancette che il vento gira a scandire il tempo ripetitivo della vita quotidiana.   Eppure, a dispetto del clima inclemente e della natura nemica, il borgo possiede una sua scontrosa grazia, un volto e un’anima sorridenti, lieti, cortesi, tali da indurre il grande De Sanctis a definire Bisaccia la gentile: “Quel garbo nella conversazione, quell’accordo dei visi, se non dei cuori, quella semplicità e naturalezza di accoglienza, quella nessuna giustificazione e nessuna vanteria …. quasi Bisaccia fosse stata una casa sola, oh! Nessun pensiero gentile trovò freddo il mio cuore”.

Ed ecco, allora, che si dà la possibilità dell’incanto. Quello di una terra aspra e tenace, ma anche ospitale e gentile. Di un popolo semplice e cortese, ma anche dignitoso e altero. Un incanto che si svela quando la vista, dalla rupe Andreone, dominata dall’eleganza sobria della chiesa di Sant’Antonio da Padova, si inebria ad abbracciare l’intera valle dell’Ofanto sino a perdersi verso la Puglia. O quando si impone allo sguardo la Cattedrale, che si staglia maestosa nella piazza principale del paese. O quando si erge la nobile possanza del Castello ducale, simbolo pregnante di questo popolo e di questa terra. Indomito, granitico, superbo, il maniero sorge sulla cima del monte Calvario, laddove, secondo la tradizione, i Sanniti avrebbero costruito l’antica città di Romulea, che Livio descrive come terra particolarmente ricca in quanto centro dei traffici e dei collegamenti tra l’Irpinia e il resto della penisola. Edificato dai Longobardi intorno alla seconda metà dell’VIII secolo sui resti di un’antica fortificazione, il Castello rientrò nei possedimenti di Roberto il Guiscardo (allorché i Normanni, tra 1076 e il 1079, conquistarono l’intero gastaldato di Conza), per poi divenire proprietà personale di Federico II di Svevia, che avrebbe usato il Castello come residenza di caccia e come sede saltuaria della Scuola poetica siciliana. Federico II dotò il maniero della torre quadrata, ancor oggi visibile, sicuramente elevata in modo che la sua parte più alta potesse essere collegata visivamente con la rete dei castelli federiciani circostanti fino a quelli della contigua Basilicata.

Qualche secolo più tardi, il Castello avrebbe ospitato un altro illustre personaggio: accettando l’invito dell’amico Giovan Battista Manso, cui il Castello apparteneva, tra l’ottobre e il novembre del 1588, Torquato Tasso soggiornò nelle stanze dell’edificio, traendo sollievo, dalla quiete del borgo, ai disturbi di cui soffriva.

Oggi il Castello ospita il Museo civico, che raccoglie reperti derivanti dagli scavi di una vasta necropoli localizzata in via Cimitero Vecchio: secondo un costume rimasto invariato nel corso di oltre due secoli (fine IX-fine VII secolo a.C.), ai defunti, deposti in posizione supina all’interno di semplici tombe terragne, a fossa di forma rettangolare e rivestite o coperte di pietre e ciottoli, era associato un corredo composto da vasi in ceramica e oggetti metallici di ornamento.

Tra gli scavi funebri un posto di rilievo è stato assegnato alla tomba femminile detta della principessa: il ricco corredo di cui è arredata la tomba (vasi d’argilla, un vestito ricoperto da cappelle di bronzo, quattro vasi di bronzo, tre bacini e una patera baccellata) fa pensare che essa appartenesse ad una donna di alto rango sociale, rappresentante d’onore della gens della Valle dell’Ofanto.

Dal Castello si snodano i vicoli e le stradine che tessono il pregevole centro storico di impianto medioevale, su cui si affacciano artistici portali in pietra.

Mentre Bisaccia la gentile occhieggia sorridente dagli usci e dalle finestre.